Chiara Cartocci

2007- Anche quest’anno ad agosto siamo partiti, dopo mesi si attesa e sospiri, dopo un conto alla rovescia che sembra non finire mai; sette persone con sette aspettative diverse. E poi, finalmente, eravamo di nuovo lì, nella jeep ammassati gli uni agli altri. Tre giorni ci sono voluti per arrivare là, ed a mano a mano che ci addentravamo nell’interno, lontani dalle città, ci attaccavamo sempre più ai finestrini, per non perderci nulla. Il villaggio ci stava aspettando, come sempre, per darci il benvenuto, per offrirci il loro aiuto e la loro amicizia. E noi, dal canto nostro… non aspettavamo altro! Stare insieme a loro, ascoltare i loro canti di benvenuto, vederli danzare, giocare con i bambini, imparare a scambiarci i saluti con gli anziani del villaggio! Bellissimo! I nuovi erano stupefatti da tanta accoglienza, mai e poi mai si sarebbero immaginati una cosa del genere e noi, che avevamo già provato … ci sembrava di essere di nuovo a casa. Eh si, incredibile ma vero … in mezzo alla campagna africana, circondati da cose così differenti dalla nostra quotidianità, ci sentivamo più a nostro agio che mai. Il nostro soggiorno è stato tranquillo e pacifico, eravamo stati preceduti dal gruppo di luglio, e tante riunioni con le varie personalità del villaggio erano già state fatte, tante iniziative intraprese e a noi era stato lasciato il compito di terminarle … soprattutto una, l’elettrificazione del dispensario, che sembra cosa ormai fatta; Facile! Abbiamo pensato guardando il programma, una settimana ed abbiamo finito tutto!!! Ci eravamo dimenticati che eravamo in Africa… quello che noi occidentali diamo per scontato e per ovvio, lì non lo è. A volte prende lo sconforto, perchè parti pensando di poter essere realmente di aiuto, di poter lasciare qualcosa di importante e di utile, che faciliti la vita a quelle persone. Poi ti accorgi che non cambierai il mondo, non è possibile e neppure giusto, che il tempo non è mai abbastanza e che prima devi conoscere quel paese, quella gente, la loro lingua; stare con loro e imparare tutto quello che puoi perchè alla fine, la cosa più importante è riuscire a comunicare, in qualsiasi modo, a gesti, con i dizionari, con le danze e con i sorrisi. La cosa più importante che rimane a tutti noi dopo questi viaggi, è proprio lo scambio che c’è stato, il tempo passato a cercare di comprenderci ed a imparare reciprocamente le nostre lingue. E la voglia di tornare là il prima possibile.
L’Africa è piena di contraddizioni, di difficoltà e di situazioni così banalmente semplici allo stesso momento. In tre settimane cambierai idea almeno 10 volte: spesso ti guardi intorno e pensi che non ci sia speranza, che quel mondo rimarrà sempre così incontaminato e primitivo, così lontano da noi. Un secondo dopo, incontri Johnny e Renata, che si sono messi a studiare sebbene non più giovanissimi perchè vogliono cambiare la loro vita e quella della loro gente, perchè hanno capito che è da lì, dallo studio, dall’apprendimento di nuove conoscenze che devono iniziare e che se prima non aiutano se tessi, non potranno offrire nulla alla loro gente. In questi momenti capisci che anche se non sei riuscita a costruire un pozzo, se riparti senza vedere il frigorifero funzionare non importa, perchè già incontrare loro due è stata la cosa più bella di tutto il viaggio e capisci che sei riuscito a trasmettere qualcosa anche solo a due persone su 1000, ne è già valsa la pena.
Potremmo partire super attrezzatissimi, cercare di concludere il più possibile con i nostri mezzi e ai nostri ritmi, ma ci perderemmo la parte più bella, la fondamentale: passare il tempo con loro, ed in più rischieremo di fare dei progetti perfetti per noi ma non nel modo giusto per l’Africa e gli africani. Quindi, costruiamo un pozzo in meno, ascoltiamo quello che hanno da dirci e costruiamo un’amicizia che vale almeno 10 pozzi messi insieme.

 

2006-  Ho sognato l’Africa fin da bambina; ho programmato la mia vita e i miei studi in funzione di questo sogno, prendendo strade che pensavo mi avrebbero condotto laggiù più velocemente e non come semplice turista e quando sono riuscita ad arrivarci, l’Africa non mi ha deluso. Ammetto che molte cose sono state diverse da quello che mi immaginavo…Ho scoperto l’esistenza di due afriche ben diverse l’una dall’altra: una che cerca di diventare come noi e l’altra orgogliosa di essere quello che è e che da noi vuole solo penne e caramelle, l’Africa dei bambini felicissimi di poter giocare con corde e frisbee.
Nella mia Africa, quella del villaggio, quella che ho sempre immaginato, pace e silenzio sono le parole d’ordine. Al mattino, la notte si sentono solamente grilli, galline ed il suono dei tamburi in lontananza. Tutti sono silenziosi e parlano sottovoce e più con gli occhi che con la voce… se non fosse per la risata dei bambini non si sentirebbero neppure. Sembra che abbiano quasi paura di disturbare, ho forse ci vogliono solo insegnare che non c’è bisogno di urlare per farsi ascoltare. Gli anziani sono in pace, i nostri invece sono tristi; i bambini giocano con tutti e con tutto (il che equivale a dire con niente) e i grandi sorridono. All’inizio, abituata a difendermi continuamente come ero, non riuscivo a godermi niente, a sentire niente… ad emozionarmi; poi, quella gente, la natura, l’aria che si respira sono finalmente riusciti ad intaccare la barricata che mi ero così accuratamente costruita intorno per difendermi dal mondo. E all’improvviso sono riuscita a vedere il grande cielo d’Africa, i suoi colori, la risata dei bambini e loro grande voglia di vivere, la forza delle donne africane, che fanno impallidire le donne occidentali e ridimensionano subito le nostre manie di grandezza.
Le persone si privano delle poche cose che hanno per omaggiarci; di tanto in tanto, ed in particolare modo la domenica, dopo la messa, si avvicinava un bimbo e ci metteva in mano un uovo oppure arrivava una nonna con un pollo o un casco di banane e nessuno di noi avrebbe voluto accettare quei doni, perchè sapevamo che quella gente si stava privando di cibo; eppure se non lo avessi accettato sarebbe stata una grande offesa per loro; sarebbe stata pura carità e non è di questo che ha bisogno l’Africa. Non sono mancati neppure momenti di difficoltà. Pensavo che fosse più semplice essere d’aiuto, che bastasse aiutare e voler aiutare, invece non è sempre possibile fare quello che ci verrebbe istintivamente ed è pure sbagliato voler aiutare a tutti i costi per il gusto di farlo o per sentirci in pace con noi stessi; prima di riuscire a capirlo mi sono sentita veramente in difficoltà: si parte pieni di entusiasmo, pensando di cambiare il mondo e poi realizziamo che prima dobbiamo innanzitutto metterci da una parte e guardare, ascoltare, capire. Dopo 20 giorni in Africa posso dire che l’esperienza fatta laggiù e stata unica, ma non credo che noi o perlomeno io, sia riuscita in qualche modo ad aiutare nessuno, piuttosto credo che siano loro ad aiutare noi ogni volta, ricordandoci per che cosa vale la pena lottare e gioire, per ricordarci per che cosa vale la pena soffrire ed ad insegnarci che non serve ottenere la luna per essere felici. Grazie a Mkongo, sono riuscita a ritrovare la pace, i miei sogni e parti di me che pensavo essere sepolte e se prima sognavo il giorno in cui sarei atterrata in Africa, adesso attendo con impazienza il giorno in cui ci tornerò e vorrei che fosse già domani.