Francesco Raspini

Agosto 2017 - 

Ed eccomi qua, dopo tanti anni col naso all’insù ad annusare l’aria per ritrovare  i profumi di quella sera appena sceso dall’aereo, avvolto nel caldo tropicale, spaesato e un pò impaurito ,insieme ai miei compagni di avventura. Partiti un po’ per caso, un pò per curiosità, ai piedi di quella scaletta d’aereo, muovevamo i primi passi in una avventura che non sapevamo avrebbe prodotto tanti frutti.

Così mentre mi giro su me stesso in cerca di quelle sensazioni, i ricordi si affollano alla mente, mentre trascino le mie valige strapesanti e ondeggianti fuori della hall.

Dopo tredici anni mi riaffaccio in questo paese meraviglioso con la curiosità di vedere cosa è successo al villaggio dove ho lasciato un pezzo di me stesso tanto tempo fa.

Ho una strana e leggera ansia, che non so spiegare, ma che lascio fluire dentro senza contrastarla. Sarà la paura di non trovare quello che mi aspetto, ma poi in fondo cosa mi aspetto.. non lo so. E sarà per questo che provo quella strana sensazione che chiamo ansia.

Comunque non c’è tempo per star troppo a pensare, è arrivato Eric ed è una gioia ritrovarlo e sentire che il tempo non ha scalfito il legame che era nato allora, in modo semplice e spontaneo, senza tante parole. Nessuno dei due ama troppo parlare, basta lo sguardo e un sorriso d’intesa.

Dopo i saluti e le immancabili complicazioni sul trasporto dei bagagli siamo già in viaggio.

Attraversiamo il paese da Dar giù verso il sud, tra paesaggi che via via si riaffacciano alla mente come familiari e rassicuranti. Già sento che questo sarà un viaggio diverso, forse meno operativo, ma ancora non so e non voglio sapere. Mi lascio portare senza chiedere troppo cosa farò.

E cosi dopo due giorni di viaggio arriviamo a Mcongo. Mi ritrovo ancora una volta ad affinare tutti i sensi per ritrovare quella atmosfera che avvolge quel pezzo di terra sperduta e d’incanto tutti i ricordi riaffiorano e la sensazione più forte è quella di sentirsi a casa.

Già a prima vista posso vedere le nuove costruzioni che negli anni son venute su anche grazie al nostro impegno, ma quell’aria che sembra immobilizzare il tempo mi colpisce ancora di più, mi attira a se e mi immerge in quella realtà che sembra sempre sospesa sul trascorrere degli eventi.

Respiro a pieni polmoni e ad ogni respiro mi sento pervadere di più da quella atmosfera.

Ritrovo gli amici lasciati l’ultima volta, ne conosco altri e tutto è sempre cosi naturale che quasi mi sembra strano.

Cosi i giorni cominciano a scorrere tra il dispensario e le varie faccende da sbrigare per organizzare i lavori futuri che completeranno la struttura e nel frattempo si consolidano i rapporti, fra di noi cinque compagni di viaggio e con gli abitanti. E via via comincio a scoprire il senso di questo mio viaggio.

Sento che sta diventando un viaggio dell’anima. Un viaggio alla scoperta del valore dei rapporti che abbiamo costruito in tutti questi anni con quella gente.

Era il 2000 quando arrivammo in un villaggio sperduto e quasi irraggiungibile, dimenticato e apparentemente insignificante. Privo di qualsiasi minima risorsa se non quella necessaria appena per sopravvivere, dove toccavi con mano l’impossibilità di cambiare qualcosa perchè troppo poveri, troppo soli, quasi inermi difronte ad un mondo lontano che più  avanzava , più li lasciava indietro in balia di se stessi, inesorabilmente.

Istintivamente iniziammo a riparare quello che era rotto da anni.. qualche vetro alle finestre, qualche porta.. non c’erano nemmeno chiodi e martello. Nulla. E quando dico nulla è proprio nulla. Io con le mie valige di medicine mi misi al sevizio di una fila di gente interminabile che non vedeva un medico da anni, con le mie poche cose e conoscenze, ricordo davo tutto con una gioia dentro ricambiata dalla gratitudine che vedevo nei sorrisi di che veniva da me, anche se magari non potevo fare nulla per lui.  ma sempre venivo ringraziato con un sorriso. Ed ero pieno di riconoscenza per quella gente, gonfio di emozioni che non immaginavo poter contenere.

Dovevo finire in fondo al mondo per trovare una felicità cosi.

Scoprimmo io e i miei compagni di viaggio che oltre le cose materiali mancava la cosa più importante: il rapporto con qualcuno che li facesse sentire meno soli. Il senso di solitudine, la consapevolezza della distanza incolmabile tra loro e il resto mondo.

Cosi capimmo che se volevamo fare qualcosa di utile dovevamo muoverci su due fronti contemporaneamente: l’aiuto materiale e la costruzione di un rapporto umano fraterno.

Cosi in questi anni si è mossa l’associazione, che non a caso si chiama “ Neema”, Anima.. si perchè è l’anima che muove la mano e la indirizza nel verso giusto.

Questo pensavo dentro di me in quei giorni e mi rendevo conto di quanto grande è stata i’ intuizione.. sicuramente una Ispirazione dall’alto che  ,se posso essere un po’ presuntuoso, siamo stati bravi ad ascoltare. Ognuno ha fatto la sua parte, anche da lontano. Chi più operativo, chi meno, ma non meno coinvolto.

Cosi ho passato il mio tempo in quelle settimane, facendo, ma soprattutto contemplando quello che era stato costruito negli anni e rendendomi conto di quanto importante fosse per quella splendida gente stare fisicamente con noi, condividere un pasto, un  dialogo, un sorriso.

Non conta solo il dispensario e le costruzioni che son seguite, pur di importanza vitale ovviamente, ma basterebbe dare un valore al sorriso che è nato sulle labbra di un bambino o di un vecchio o di un donna, per capire che è valsa la pena di buttarsi in questa avventura.

E come ulteriore conseguenza del nostro impegno ho visto come questa impresa sta permettendo a quelle popolazioni di svilupparsi secondo i loro tempi e le loro aspettative. Il nostro lavoro è di supporto ad uno sviluppo autonomo e libero. Questa è vera cooperazione e un risposta  ,pur nel nostro piccolo, a molte domande che emergono prepotenti dai fatti di questi ultimi tempi in relazione ai flussi migratori.

Son tornato ancora una volta carico di gratitudine e con un bagaglio di esperienza che arricchisce la mia vita e spero un po’, anche quella di chi leggerà queste righe, se sarò stato capace di trasmettere, almeno una piccola parte di quello che abbiamo vissuto nella terra delle nostre origini.