Lucia

2013 – Si torna in Tanzania, a Songea e nel villaggio di Mkongo, a trovare gli amici, a vedere come vanno le cose ed i progetti e, se si può, a fare qualcosa!
Questo è stato il mio primo pensiero quando si è concretizzata la possibilità di tornare in Tanzania dopo 2 anni di assenza ( uno per il viaggio con Neema in Congo, a Kirungu, e uno…causa matrimonio).
Siamo partiti “carichi” – in tutti i sensi, con Marco ( già sperimentato come eccezionale compagno di viaggio e persona preziosa sotto tanti aspetti) e Romina ( che è stata una scoperta veramente piacevole). Dopo un viaggio veramente stancante dalla mattina di mercoledì 24 luglio ( volo da Roma), arrivo il 25 alle 3 di mattina all’aeroporto di Dar Es Salaam e da lì trasbordati direttamente, dallo staff di Mister Jordan; alla stazione degli autobus ( era notte, c’eravamo solo noi, molto frastornati e con i bagagli nella polvere) e dopo il solito viaggio di 14 ore ( e a buio sopraggiunto) …finalmente arriviamo a Songea e riabbracciamo Baba Erik!
Nel viaggio d’andata, a parte ritrovare il paesaggio africano con i suoi orizzonti aperti, i suoi alberi di acacia ed i baobab, i villaggi, la polvere rossa, quello che mi ha colpito maggiormente è stato l’aumento del traffico, veramente ” bestiale” per uscire (alle 6 di mattina!) da Dar: una fila ininterrotta, nei 2 sensi, di macchine, camion, bus, minibus, camioncini, carretti, biciclette stracariche, per chilometri e chilometri e per circa 2 ore di tempo! ( al ritorno abbiamo fatto la stessa esperienza anche di sera!) L’altro grosso cambiamento è stato quello di non trovare ad accoglierci a Songea il vescovo Norbert Mtega, che si è ritirato per motivi di salute; l’attuale reggente (Mons. Tarcisio, Vescovo di Iringa) è stato molto cordiale e accogliente, ma ci è un po’ mancato il nostro interlocutore privilegiato, che sapeva sempre indirizzarci per i progetti e per la loro valutazione. Songea non mi è sembrata particolarmente cambiata, a parte il progetto della Università in costruzione e la strada da Songea per Mokongo che, udite! udite!, è ora asfaltata per un bel pezzo, fino a Litola ( dove in genere ci fermiano a comprare le banane): il viaggio così è molto più veloce e meno disagevole anche se le sorprese sono sempre possibili…Nel viaggio di ritorno, infatti, siamo rimasti bloccati per oltre un’ora perchè un camion ( ovviamente stracarico) si era messo di traverso su una salita e bloccava la strada a sterro ( alcuni, un autobus compreso, hanno superato il problema tagliando per la savana, in salita, senza capovolgersi….noi abbiamo preferito aspettare che il camion riuscisse a raddrizzarsi un po’ per poter passare).
Nel villaggio riceviamo la solita accoglienza calorosa e affettuosa, dopo tanti anni la continuo a percepire persino imbarazzante: mi sembra sempre troppo onore ed entusiasmo per il poco che riusciamo a fare per collaborare ad alleviare le loro immense difficoltà! Riabbracciamo gli amici, conosciamo nuovi bambini, rispolveriamo il nostro scarso kiswahili e ci immergiamo nella vita della parrocchia con le sue Messe chilometriche ma mai noise ( nella chiesa di Mkongo in rifacimento o in chiese della parrocchia che, come a Mtakuja, sono ancora capanne senza pavimento e senza banchi), i battesimi di massa (40-50 per volta), i matrimoni ( due nella settimana) e decisamente molti meno funerali di quelli visti in Congo!
Nel villaggio ed in parrocchia l’impressione è che, nonostante la cronica mancanza di acqua e di corrente e la fatiscenza di molte strutture – inclusi i servizi igienici -, pole pole le cose stanno migliorando e, a parte i risultatiraggiunti, c’è speranza, attesa, ricerca di ulteriori miglioramenti, anche se a volte le strade intraprese ci sembrano ( per la nostra mentalità occidentale) un po’ contorte e poco efficaci. Finalmente il lunedì andiamo al dispensario, incontriamo il personale ( il Dottore, Suor Mary Grace, l’infermiera Oliva, il tecnico di laboratorio), portiamo le cose che miracolosamente erano entrate nelle nostre valige ( medicine, reagenti, palloni per rianimazione , materiale per fare i pap-test, ecc.) e, con il generatore delle Suore, attualmente prestato alla parrocchia, e l’opera preziosa di Marco, riusciamo a far accendere l’ecografo! Le sonde funzionano e la corrente, con il generatore al massino della sua potenza, è (pelo, pelo) sufficiente per far andare la macchina! Siamo tutti lì, emozionati, intorno al lettino dell’ecografia: per prime le donne in gravidanza che, un po’ timorose, magari scoprono di aspettare due bambini anzichè uno ( ci è capitato tre volte in 4 giorni), ma soprattutto perchè possono avere un contatto visivo, per la prima volta, con il loro “mtoto”! Ricordo l’emozione che ha dato a me la prima volta sentire il battito del cuore di un bambino nella pancia della mamma o vederlo con l’ecografo: ripensandoci è stata la ragione per cui ho scelto di fare la specializzazione in ginecologia! Che cosa grande poter cogliere i segnali che quel bimbo/a non ancora nato ci invia, poterlo conoscere un po’, sorvegliarlo e, se nel caso, curarlo o aiutarlo a nascere meglio! Cerco di spiegare allo staff del dispensario in cosa l’ecografia può essere utile per seguire meglio le gravidanze e loro mi chiedono libri dove poter studiare; cercheremo di aiutarli.
Poi l’esperinza dei pap-test: tante donne sono venute nella settimana (circa 50), alcune un po’ titubanti, poche già “veterane” per averlo fatto già lo scorso anno al dispensario o, molto raramente, altrove; una ragazza giovane, molto preoccupata alla fine è “scappata” senza eseguire l’esame. Rimane il cruccio del dopo: una volta scoperto un problema del collo dell’utero, vuoi di infezione che di lesione precancerosa o francamente maligna, che possimao fare per aiutarle? I dirigenti sanitari locali, del distretto di Nantumbo, non hanno presidi terapeutici in merito e non abbiamo capito se e quando potranno mettere in atto qualcosa.
Il tempo vola nel villaggio, ci pare che avremmo dovuto fare di più oltre agli incontri con le scuole ( di sartoria, di falegnameria, dei muratori, con la scuola primaria statale), agli scambi con il comitato della parrocchia e con lo staff dell’ospedale, alle attività con i bambini e alle feste del latte, al lavoro al dispensario ed in parrocchia per verificare anche i macchinari arrivati con il container ma…il nostro soggiorno giunge troppo presto alla fine.
Rientriamo con il nostro pullman della “Super Feo”, abbastanza scassato e con chiusura ” manuale” della porta anteriore dopo ogni apertura, i cui autisti corrono come pazzi a 120-140 km/h su una strada dove, nella maggior parte del tracciato, già 60-80 sarebbero pericolosi, facendo sorpassi da far drizzare i capelli e da togliere il sonno, borbottando perchè a Mikumi una famiglia numerosa di elefanti decide di attraversare, con calma, la strada proprio davanti a noi! Miracolosamente arriviamo a destinazione, ci accoglie il traffico ( che costringe l’autista a rallentare) già da circa 50 km prima di Dar, ma in città veniamo aggrediti anche dal rumore e dall’inquinamento che, nel soggiorno a Mkongo, ci eravamo dimenticati!
Torno a casa carica di volti, di sorrisi, di occhi, di buone intenzioni, di progetti ma anche di dolore per l’ingiustizia e la sofferenza che si è creata nel mondo verso alcuni nostri fratelli.
Sono tornata con il proposito di continuare a fare del mio meglio per aiutare e costruire il regno di Dio in terra, con il Suo aiuto e con quello di chi, all’interno di Neema o con il sostegno esterno, permette di portare una goccia d’acqua nel gran deserto dei bisogni dei nostri fratelli, in Africa come in Italia o ovunque ci sia bisogno.

2004- La mia partecipazione alla missione di Cooperazione della parrocchia della Ginestra con la Tanzania è nata, apparentemente per caso: mi trovavo a messa in parrocchia l’1.01.01 e si parlava della prima missione svoltasi l’estate precedente e dei progetti per la successiva. Il medico che era andato ( Dr. Francesco raspini) non poteva partecipare per quell’anno e così mi ha detto: Perché non vai tu? La mia risposta è stata: Perché no!…e così è cominciata. Ma in realtà l’idea di una collaborazione missionaria mi frullava nella testa dall’infanzia, avendo una zia ( Suor Angelina Di Pillo, delle Suore Agostiniane di San GiovanniValdarno) con esperienza missionaria, avendo avuto conoscenza personale di missionarie/i ed avendo avuto una formazione in particolare nella mia esperienza con lo scoutismo Agesci, di attenzione particolare agli ultimi e di cooperazione internazionale ( in Albania). Ma soprattutto credo l’impegno missionario sia un dovere del cristiano, un modo per contribuire a realizzare” il regno di Dio in terra”, sia nel luogo dove viviamo sia, per chi può, anche recandosi nei paesi cosiddetti ” di missione” per una testimonianza di condivisione. Questo tipo di esperienza la definirei bellissima e terribile. Bellissima perché ti permette di incontrare e di vivere veramente in comunione fraterna con realtà conosciute molto bene tramite i mass media, ma che, almeno personalmente, non sentivo veramente vicine, reali, vere, finchè non le ho toccate con mano. L’affetto, la gioia che ne ho ricevuto sono immensamente superiori a quanto penso di aver dato e ripagano col centuplo i disagi ( sempre, tutto sommato, minimi)che si affrontano. Inoltre è un’esperienza che regala del tempo: tempo per pensare, tempo per parlare e conoscere(anche gli altri volontari), tempo per pregare ( ah, quelle messe domenicali”normali”di due ore, per non parlare delle cerimonie speciali!!), tempo per giocare con i bambini, tempo per vedere e vivere una natura ed una società diversa dalle nostre, e…per fare ancora tanto altro, che nella nostra vita quotidiana qui in Italia, ” sacrifichiamo” a ritmi disumanizzati. L’esperienza però è anche terribile perché ti mette in faccia con l’ingiustizia del mondo, col fatto che in quelle realtà per esempio mancano, nonostante il lavoro duro che svolgono, le possibilità ai genitori di istruire e curare i figli. La morte è sempre presente come un qualcosa di ineluttabile, anche se colpisce, con la malaria per esempio,un ragazzo di 10 anni o un neonato! E noi quale responsabilità abbiamo? Io sento di averne molta, soprattutto dopo aver constato che con il mio superfluo ( a cui comunque non riesco a rinunciare) molte famiglie e molte vite potrebbero avere un destino diverso. So anche che la mia vita è così agiata perché altri stanno male ( sfruttamento delle risorse del mondo) e che non ho nessun merito, e nessun diritto, di avere una vita così facile e sicura rispetto ai fratelli dei paesi 2 poveri”. Il messaggio che vorrei trasmettere, in conclusione, è quello di essere coscienti dei nostri privilegi di occidentali, di italiani, e di cercare di impegnarci con gioia, insieme ai fratelli meno fortunati, per riequilibrare questa situazione, con la consapevolezza che quello che possiamo fare è una goccia nel mare dei bisogni ma che tante gocce insieme, con l’aiuto di Dio, possono dare sollievo alla sete di amore e di giustizia del mondo.