Pietro

2007- Quando mi hanno detto che nell’associazione vi era la tradizione di riportare una testimonianza personale dopo il primo viaggio in Africa, non ho reagito positivamente; le cose semplici sono state dette molte volte da chi mi ha preceduto, ed i ragionamenti per architettare qualcosa di nuovo rischiano di scivolare in retorica sterile. Poi, leggendo le cose uscite dai miei compagni, ho capito che era più facile di quello che mi ero prefigurato, perchè al di là dei motivi per i quali si può intraprendere un viaggio nell’Africa nera, questo rappresenta veramente una esperienza del tutto nuova e ricca, che porta a misurarsi con situazioni molto diverse da quelle cui siamo abituati. Io sono partito con la convinzione che in quella parte del mondo si trovasse semplicemente gente più sfortunata che ha bisogno di aiuto; effettivamente (ora lo posso dire), là dove è stata risparmiata da guerre e carestie, come in Tanzania, essa è composta da comunità le quali vivono ancora coerentemente secondo un modello un poco diverso da quello occidentale. Grazie alla dolcezza che caratterizza queste persone, è possibile entrare un attimo nella loro realtà. La ricchezza che viene offerta, basata sia sugli spunti di riflessione dati dal confronto della nostra e della loro condizione, sia sui rapporti umani che si possono coltivare nel periodo di permanenza, è davvero grande.
E’ successo spesso che in comportamenti ritenuti bizzarri dai nostri occhi, con un pò d’attenzione, riconoscessimo abitudini raccontate da anziani parenti, relative alla vita prima della guerra. Altri episodi ci sono risultati semplicemente nuovi ed impossibili, come la carovana di alunni che portavano un mattone ciascuno per costruire l’abitazione del nuovo maestro appena arrivato. Aver visto la vita del villaggio di Mkongo mi ha fatto capire davvero la differenza abissale che separa una condizione di povertà da una condizione di miseria